Corte UE, le risposte di Gemini possono violare i diritti degli editori
Un chatbot che recupera in tempo reale un articolo di giornale e ne riutilizza in modo riconoscibile la forma espressiva può, a certe condizioni, violare i diritti dell'editore. È la posizione del primo avvocato generale della Corte di giustizia dell'Unione europea, Maciej Szpunar, nelle conclusioni del 3 novembre sulla causa C-250/25, Like Company.

- Primo caso sull'IA generativa davanti alla Corte di giustizia UE: Like Company contro Google Ireland.
- Per l'avvocato generale il riuso in tempo reale della forma espressiva di un articolo può violare i diritti dell'editore.
- Le conclusioni non sono vincolanti: la Corte potrà seguirle o discostarsene.
Il caso Like Company contro Google Ireland
La controversia nasce in Ungheria. Like Company, che gestisce diversi portali online, sostiene che Google Ireland abbia usato gli articoli delle sue testate sia per addestrare i modelli alla base di Gemini, il chatbot di Google, sia per riprodurne e metterne a disposizione i contenuti attraverso il chatbot stesso.
Il tribunale regionale di Budapest ha sospeso il processo e ha rinviato alla Corte di giustizia quattro questioni pregiudiziali: due sull'addestramento dei modelli linguistici di grandi dimensioni (gli LLM, i sistemi che imparano da enormi quantità di testo) e due sulle risposte generate dal chatbot.
Le conclusioni dell'avvocato generale non sono una sentenza e non vincolano i giudici, che possono seguirle o discostarsene. Resta però il primo procedimento sull'intelligenza artificiale generativa arrivato davanti alla Corte UE.
Sul fronte dell'addestramento, Szpunar propone di dichiarare le questioni irricevibili nel caso concreto: non risulterebbe provato l'uso degli articoli di Like Company per addestrare Gemini e, inoltre, l'addestramento non sarebbe un utilizzo online della pubblicazione ai fini del diritto connesso degli editori. Per completezza aggiunge che, di norma, l'uso di materiali protetti per addestrare un modello rientrerebbe nell'eccezione per il text and data mining dell'articolo 4 della direttiva 2019/790, a condizione che i titolari non abbiano riservato espressamente tali usi, anche con strumenti leggibili dalle macchine.
Il nodo tecnico: la retrieval augmented generation
Il passaggio decisivo riguarda i chatbot che usano la retrieval-augmented generation (RAG), detta anche grounding: il sistema non si limita a ciò che il modello ha imparato in addestramento, ma recupera dal web pagine aggiornate e le usa per costruire la risposta.
Secondo Szpunar, proprio questo recupero e riuso in tempo reale di articoli giornalistici può rientrare, in presenza di determinate condizioni, nei diritti riconosciuti agli editori dall'articolo 15 della direttiva europea sul copyright nel mercato unico digitale. Non basta però che il chatbot riferisca gli stessi fatti: i fatti e le notizie in quanto tali non sono protetti. Il confine si supera quando viene ripresa la forma espressiva dell'articolo.
L'avvocato Luciano Daffarra, citato da Agenda Digitale, osserva che le conclusioni confermano la difficoltà di conciliare diritto d'autore e sviluppo dell'intelligenza artificiale, e aggiunge che alcuni aspetti della posizione di Szpunar non lo convincono del tutto.
Perché conta
La direttiva 2019/790 è recepita in tutti i Paesi dell'Unione, Italia compresa: una pronuncia della Corte che seguisse questa linea inciderebbe direttamente sui rapporti tra editori italiani e aziende che sviluppano chatbot, dai possibili accordi di licenza alle cause.
Per i lettori, la questione riguarda il modo in cui ci informeremo: se le risposte generate dovranno citare e remunerare le fonti, cambia l'equilibrio economico tra chi produce notizie e chi le sintetizza in un riquadro di testo.

Fonti
- Agenda Digitale: Perché le risposte di Gemini possono violare i diritti degli editori

