Sentenze scritte con l'IA: le tracce dei chatbot a Cagliari e Palermo
In due provvedimenti giudiziari italiani è rimasta incollata per distrazione la risposta di un assistente di intelligenza artificiale generativa, rivelando che il testo era stato scritto con un aiuto algoritmico. Lo racconta Agenda Digitale, citando un'ordinanza della Corte d'Appello di Cagliari e una sentenza della giustizia tributaria di Palermo.
- Due provvedimenti, a Cagliari e Palermo, contengono risposte di chatbot rimaste nel testo.
- La Corte d'Appello di Cagliari ha ritenuto l'uso legittimo ai sensi della legge 132/2025.
- Secondo Agenda Digitale il fenomeno è più diffuso di quanto emerga.
Le frasi dimenticate nel testo
Nel caso sardo, dentro una sentenza era finita una frase tipica di un chatbot: la promessa di costruire il paragrafo motivazionale in stile sentenza, coerente con l'impostazione voluta e tecnicamente solido. Qualcosa di molto simile era già accaduto a Palermo, nella sentenza numero 981/2026 della Corte di giustizia tributaria di primo grado, sezione XI, dove compare la risposta di un assistente che dichiara di aver eliminato duplicazioni, snellito le parti ridondanti e consegnato un testo riorganizzato e pronto per essere inserito in sentenza.
Per intelligenza artificiale generativa si intendono i sistemi che producono testo su richiesta dell'utente; il prompt è l'istruzione che l'utente scrive. In questi casi non è stato il contenuto a tradire l'uso dello strumento, ma proprio il dialogo con la macchina rimasto nel documento finale.
Cosa dice la Corte d'Appello di Cagliari
Nell'ordinanza del luglio di quest'anno, i giudici cagliaritani hanno considerato tutto regolare. Il riferimento rimasto nel testo, scrivono, è un indizio dell'uso di uno strumento di intelligenza artificiale generativa nella fase di redazione del provvedimento, ma non dimostra da solo che il magistrato abbia delegato all'algoritmo l'attività interpretativa, valutativa o decisoria. Il riferimento normativo è l'articolo 15 della legge numero 132 del 2025, che non vieta l'uso di questi strumenti come ausilio per attività preparatorie o di scrittura, a condizione che restino riservate al giudice la valutazione dei fatti e delle prove, l'interpretazione della legge e l'adozione della decisione.
Secondo Agenda Digitale, però, la questione non può essere liquidata come un incidente isolato: il ricorso dei giudici all'IA generativa per scrivere atti sarebbe ormai diffuso, e i casi emersi sarebbero solo la punta di un iceberg, venuta a galla per distrazione. Quando nel testo non restano prompt o risposte, e quando i riferimenti giurisprudenziali generati non sono inesatti o inventati, nessuno se ne accorge.
Perché conta
Riguarda chiunque possa trovarsi davanti a un giudice in Italia. La linea tracciata dalla legge è chiara nel principio, molto meno nella pratica quotidiana: tra farsi riordinare un testo e farsi suggerire una motivazione il confine è sottile, e senza tracce visibili è quasi impossibile da verificare dall'esterno. Il rischio specifico, segnalato dall'articolo, sono le citazioni giurisprudenziali imprecise o inventate dal sistema, che in un provvedimento giudiziario pesano sulla vita delle persone.

