Edizione del mattino · 8 ottobre 2026

Canzoni generate con l'IA e bot: 18 mesi di carcere per frode nello streaming

Un uomo di 54 anni della Carolina del Nord, Michael Smith, è stato condannato a 18 mesi di carcere per aver usato l'intelligenza artificiale per generare canzoni e incassare milioni di dollari dalle piattaforme di streaming musicale.

Taylor Swift
Immagine: iHeartRadioCA / Wikimedia Commons, CC BY 3.0

Come funzionava lo schema

Secondo il Dipartimento di Giustizia americano, Smith è il primo cittadino statunitense incriminato penalmente per una frode nello streaming assistita dall'intelligenza artificiale. Lo schema è andato avanti sette anni senza essere scoperto: era iniziato nel 2017 e si è chiuso con l'arresto nel 2024, seguito da una dichiarazione di colpevolezza.

Smith apriva migliaia di account fraudolenti su servizi come Amazon Music, Apple Music, Spotify e YouTube Music, usando indirizzi email falsi e carte di debito ottenute in modo illecito. Poi faceva girare un software che pilotava i bot, cioè programmi automatici che simulano l'ascolto di un utente reale, per riprodurre di continuo i brani di cui dichiarava di essere il proprietario.

Il trucco per non farsi scoprire stava nella dispersione: anziché concentrare gli ascolti su pochi pezzi, Smith aveva creato centinaia di migliaia di canzoni generate con l'intelligenza artificiale e distribuito su di esse miliardi di riproduzioni automatiche, così da non far scattare i sistemi antifrode delle piattaforme.

I numeri restano comunque impressionanti. Nell'aprile 2023, ricorda il Dipartimento di Giustizia, i brani falsi di Smith hanno totalizzato 80,9 milioni di ascolti fraudolenti in un solo mese, mentre l'intero catalogo di Taylor Swift nello stesso periodo si è fermato a 9,3 milioni di riproduzioni.

Perché conta

Il caso mostra come la musica generata automaticamente, diventata economica e praticamente illimitata, possa essere usata per prosciugare il sistema di ripartizione dei diritti. Nei modelli di remunerazione delle piattaforme, infatti, i compensi vengono distribuiti in base alla quota di ascolti: ogni riproduzione fasulla sottrae denaro ad artisti veri, compresi i musicisti indipendenti italiani che su quelle stesse piattaforme guadagnano frazioni di centesimo per ascolto.

La condanna è anche un segnale normativo: finora la frode nello streaming veniva gestita soprattutto con misure interne delle piattaforme, qui invece è arrivata una sanzione penale. Resta il problema di fondo, cioè la capacità dei servizi di distinguere ascolti reali e automatici quando il catalogo si riempie di brani prodotti in serie dall'intelligenza artificiale.

La domanda di questa edizione
E voi, lascereste il volante a un modello di intelligenza artificiale?
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