Edizione del pomeriggio · 21 ottobre 2026

Spotify toglie dai consigli 50 milioni di brani generati dall'IA

Spotify ha annunciato di aver rimosso dai propri consigli musicali più di 50 milioni di brani nell'ultimo anno, classificati come spam o come materiale di scarsa qualità generato dall'intelligenza artificiale. La piattaforma ha anche modificato il sistema di raccomandazione per dare più spazio agli artisti in carne e ossa.

Spotify
Immagine: Wikimedia Commons, pubblico dominio

Come Spotify riconosce lo spam musicale

L'espressione inglese usata dalla piattaforma è slop, cioè contenuto prodotto in massa e di qualità trascurabile, spesso caricato in grandi quantità per intercettare ascolti e royalty. Per individuarlo Spotify dichiara di combinare più segnali: il coinvolgimento e i riscontri degli ascoltatori, gli schemi di caricamento dei brani, i metadati associati ai file e strumenti esterni di riconoscimento dei contenuti generati dall'IA.

L'azienda precisa che anche i suoi curatori umani seguono lo stesso criterio e non inseriscono nelle playlist materiale identificato come spam. Dopo le modifiche, sostiene Spotify, le segnalazioni degli utenti su questo tipo di contenuti nei consigli sono calate in modo netto. Non è la prima operazione del genere: l'anno scorso la società aveva annunciato la rimozione di oltre 75 milioni di brani ritenuti spam.

Etichette sì, ma non per tutti

Spotify non impone un'etichetta su tutti i brani creati con l'intelligenza artificiale. Ha però introdotto un distintivo chiamato AI Persona per gli artisti che usano un'identità artificiale e non corrispondono a una persona reale, e ha deciso di non consigliare la musica di questi profili.

Altre piattaforme sono più severe, ricorda The Verge: YouTube Music applica etichette ai brani generati dall'IA, Deezer permette di filtrarli e Bandcamp li vieta del tutto. Allo stesso tempo Spotify non rinuncia alla tecnologia: sta lavorando con Universal Music Group e con l'editore indipendente Believe a uno strumento per creare remix musicali con l'intelligenza artificiale.

Perché conta

Per chi ascolta musica in streaming, il problema è concreto: i brani generati in serie affollano le playlist automatiche e rendono più difficile scoprire nuovi artisti. Per i musicisti, inclusi i tanti indipendenti italiani che vivono anche di streaming, ogni ascolto intercettato da tracce artificiali è un ricavo in meno.

La scelta di Spotify mostra anche la strada che le piattaforme stanno prendendo: non vietare l'intelligenza artificiale, ma provare a separare l'uso creativo da quello puramente industriale, lasciando però agli algoritmi il compito di tracciare il confine.

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